€•ÔŒlangchain_core.documents.base”ŒDocument”“”)”}”(Œ__dict__”}”(Œid”NŒmetadata”}”Œsource”ŒColloqui con se stesso_utf8.txt”sŒ page_content”XâSe andiamo alle origini dello stoicismo, infatti, possiamo notare lo scarto che esiste tra i fondatori della scuola e Marco Aurelio per quanto riguarda il rapporto tra il filosofo e il potere. Stando alle testimonianze di cui disponiamo, per Zenone, Cleante e Crisippo (IV-III sec. a.C.) il saggio non ha bisogno dell'autorità dello Stato, né tantomeno deve aspirare al potere: egli infatti è autonomo, ha in sé la legge, che gli deriva dal Logos universale di cui la sua anima è un frammento; è quindi in grado di autodeterminarsi considerando come arbitrarie o ingiuste le norme e le convenzioni su cui si regge ogni consorzio civile: tra queste, la proprietà privata, l'istituto della schiavitù, o il dominio di un popolo su un altro; egli è piuttosto un cosmopolita, poiché si sente appartenere a una comunità di saggi rappresentata in ogni parte del mondo. Era questa una risposta al senso di smarrimento del cittadino greco di fronte ai grandi rivolgimenti sociali e politici intervenuti a partire da Alessandro Magno. Con Panezio e Posidonio (II-I sec. a.C.) lo stoicismo comincia invece a dialogare con il potere. Attivi presso i ceti colti e dirigenti romani, sono loro i primi a giustificare il dominio che Roma veniva acquisendo sui popoli del Mediterraneo, presentandolo come la replica in terra della Ragione universale e provvidenziale che regge il tutto. Questa rappresentazione conoscerà una larga fortuna fino a caratterizzare, come abbiamo visto, il governo degli Antonini.”Œtype”huŒ__pydantic_extra__”NŒ__pydantic_fields_set__””(h hŒ__pydantic_private__”Nub.