€•׌langchain_core.documents.base”ŒDocument”“”)”}”(Œ__dict__”}”(Œid”NŒmetadata”}”Œsource”ŒColloqui con se stesso_utf8.txt”sŒ page_content”XåSi parla dell'eterna vicenda del cosmo che si rigenera periodicamente sempre uguale a sé stesso, tanto che le generazioni future non vedranno nulla di nuovo rispetto alla nostra, come del resto è stato per quelle passate. L'affermazione implica che la nostra esistenza, breve o lunga che sia, è un punto nella vita eterna dell'universo, un istantaneo presente, il solo momento in cui possiamo dirci vivi, e l'unica dimensione che perdiamo morendo: "Anche se tu fossi destinato a vivere tremila anni, e altrettante decina di migliaia, tieni comunque presente che nessuno perde altra vita se non quella che vive, né vive altra vita se non quella che perde. Una vita lunghissima giunge, dunque, allo stesso punto di una vita brevissima. Il presente, infatti, è uguale per tutti, ciò che perisce è dunque uguale e ciò che si perde non sembra così che un istante. Nessuno potrebbe infatti perdere né il passato né il futuro, giacché, ciò che l'uomo non ha, come potrebbe essergli sottratto?" (II, 14). Difficile non avvertire in queste parole l'eco di Seneca e il suo monito a vivere intensamente e secondo virtù il nostro presente, l'unica dimensione che ci appartiene, espresso nelle Epistulae morales (1, 91) e nel De brevitate vitae (2, 3).”Œtype”huŒ__pydantic_extra__”NŒ__pydantic_fields_set__””(h hŒ__pydantic_private__”Nub.